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Desperate Surfer's Wife

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LA NOSTRA VACANZA AL BENG-BENG VOLGEVA AL TERMINE

Vi risparmio tutti i dettagli del nostro viaggio di ritorno, vi basterà leggere al contrario “Sotto il sole delle Mentawai Indonesia – Il Viaggio”.

Più o meno è avvenuto tutto nello stesso modo

  • Barchino
  • Sosta a Siberut (New entry)
  • Traghetto
  • Notte a Padang
  • Volo Padang/Jakarta
  • Volo Jakarta/Dubai
  • Sosta breve
  • Volo Dubai/Roma
  • Fiumicino/Casa

Salvo alcuni particolari che valgono la pena di essere raccontati.

SOSTA A SIBERUT

Armi e bagagli al seguito, salutavamo il Beng-Beng con un’allegra foto di gruppo, e ci apprestavamo al primo trasferimento.

Premessa, a parte le notti passate a Jakarta e Padang, ed il felice soggiorno a Nyang-Nyang, io non ero mai stata in Indonesia. Le mie conoscenze di questo immenso Paese si limitavano ad un’ovattata parentesi, nella quale tutto è rustico, ma pulito ed occidentalmente edulcorato.

A Siberut ho visto un angolo di Indonesia probabilmente più reale, o forse solo l’altra faccia della medaglia: niente di violento, spaventoso, destabilizzante. Soltanto dignitosa povertà. Un paesino infangato, improbabili negozi, donne velate, odori invadenti.

Parte del gruppo si è fermato a pranzare in un posto fidato (in sintesi: tranquillo, niente virus intestinali come gadget da portare a casa), io ho declinato l’allettante invito, un pò per dedicarmi con calma alla prima, vera escursione del viaggio, un pò perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. La vetrina del ristorante dove si erano fermati i nostri amici non è che proprio allettasse le mie papille gustative. Diciamola tutta.

Con mia grande gioia, anche Emanuele si univa a me. Quale onore! Wow!

Avevamo in tasca gli ultimi spicci di moneta locale, spesi sapientemente per due gelati simil-Mars, che abbiamo già capito essere di gran moda in questi meandri.

C’erano galline ovunque, gatti orbi e non, zoppicanti micetti. C’erano signore che ti guardavano con naturale diffidenza e curiosità, eppure di turisti in transito devono vederne…c’erano giardini così curati che quasi stonavano, motorini, tanti motorini.

C’erano bambini, molti bambini e quello sguardo di chi non desidera altro se non ciò che già possiede. Il qui, ora e per sempre, che solo i fanciulli riescono a percepire, una consapevolezza che trascende scarpe bucate ed alloggi fatiscenti, per focalizzarsi sull’attimo. Una coscienza tanto bella quanto transitoria, dimentichiamo troppo presto l’infinito.

Arrivederci SIBERUT, grazie.

UNA CENA GOURMET

P.s. per Chiara (Filippo’s DSW), brave nel senso buono del termine.

Arrivo a Padang-Hotel Mercure, dopo traghetto, taxi ecc ecc. Finalmente, di nuovo un bagno tutto per me, iccomensurabile felicità!

Lavati e stirati, pronti per una lauta cena di pesce al  Samudera Jaya, ristorante consigliato da Massimo e Christian al Beng-Beng. Devo ammettere, da italiana che cerca – inutilmente – di scrollarsi di dosso l’innato snobismo genetico, per “miglior ristorante di Padang” mi ero immaginata un luogo elegantemente indonesiano, con fiori, atmosfere vellutate e sinuose cameriere in abito lungo. Sbagliato!

Anche Filippo era caduto nella trappola, ed infatti lui aveva indossato la camicia buona – ancora impomatata nonostante i 15 giorni in valigia – ed io avevo osato un tubino nero – irrimediabilmente stropicciato dopo 15 giorni di valigia.

Filippo, confessa, i vestiti te li pieghi da solo?!?!

Sento la sua voce che mi risponde: la classe non è acqua, amica bella!

Come dargli torto…

Emanuele era rimasto fedele al suo look surfista post-apocalittico, della serie: tanto so figo dentro, provate a giudicarmi sull’outfit!

Una volta arrivati, siamo corsi dietro al tassista, assicurandoci che non avesse sbagliato indirizzo.

Una trattoria c’era, ed il nome corrispondeva. L’appellativo di migliore ristorante di Padang era probabilmente riferito al cibo, ma non all’eleganza.

T-shirt surfista batte tubino nero e camicia 2-0.

A prescindere dall’apparenza, il cibo era ottimo: pesce a gogo. Fresco, saporito, abbondante, economico. Un’esperienza da ripetere, rigorosamente in pantaloncini ed infradito! Per chi ama il genere, vi consiglio decisamente il granchio. Non strabuzzate gli occhi quando vi dirò che non l’ho neanche assaggiato. Mi è bastato osservare l’accanimento di Emanuele e Filippo nel condividerselo, senza lasciare un singolo bocconcino di polpa, per capire che era veramente delizioso.

Ed anche che i due maschi in viaggio con la sottoscritta avevano una fame atavica.

Satolli e felici come tre pasquette, ce ne tornavamo in hotel. Erano le nove di sera e a me già calava la palpebra vistosamente, ma per evitare di passare sempre come l’anziana del gruppo, accettavo di buon grado una capatina al bar dell’hotel, animato da un gruppo locale live!

Dopo 15 giorni di forzata #healthylife, qualcosa di alcolico ci stava tutto, lo ammetto.

LE NOTTI BRAVE DI FILIPPO A PADANG!

Diciamo che la sottoscritta alle 21.25 era cotta abbastanza per godersi le vaporose comodità del letto a due piazze del Mercure: lasciavo quindi i due belli a godersi la musica dal vivo. Il troppo relax del Beng-Beng aveva azzerato qualsiasi desiderio di mondanità, non che ce ne fosse ulteriore bisogno.

Gelosa io? Il sonno ha il sopravvento su ogni altro istinto…ah, e poi c’è la fiducia reciproca di un rapporto meraviglioso, che però viene al secondo posto!

In fase REM 3.0 sentivo qualcuno che si intrufolava tra le lenzuola. Sei tu, Manu?

Perché se sei un serial killer, ti prego di agire velocemente: due settimane di vacanza mi hanno stremata, e se leggere la paura negli occhi della vittima eccita i tuoi istinti sanguinari, hai scelto la camera sbagliata. Mi arrendo al mio destino, ma non tirarmi fuori da questo letto, please.

Era Emanuele, il cui tentativo inutile di riportarmi ad un minimo stato di coscienza per chiacchierare sotto le coperte stava fallendo miseramente. Non ricordo nulla, salvo la notizia che Filippo era rimasto al bar, dove aveva conquistato una delle chitarre della popband, e si stava esibendo in un improvvisato live con pubblico internazionale, sfoggiando con il solito entiusiasmo tutto il suo repertorio dai boy-scout alle autogestioni al liceo. Grande Filippo, eddaje, sei tutti noi!

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