UBUNTU

Questa parola ha cercato di catturare la mia attenzione più volte, in pochi giorni.

Inizialmente come un suono di sottofondo, ascoltando di riflesso una conversazione.

Ieri, scrollando immagini sul telefono.

Stanotte, svegliandomi bruscamente.

Io sono, perché noi siamo.

La chiave che cercavo da mesi è arrivata inaspettatamente: il giusto passe-partout in grado di aprire una porta che fino a quel momento, malgrado ogni sforzo, non riuscivo a valicare.

La scrittura era sempre state la mia ancora. Da animo estremamente introverso, ciò che ritenevo stupidamente indicibile, facilmente riuscivo a scriverlo. Disillusioni, lutti, amori, speranze, trovavano una forma ed un senso nelle pagine che riempivo impulsivamente.

Poi c’è stato il ricovero. E poi, il trapianto.

UN GIRO DI TOMBOLA

In un attimo, quello che era il tabellone della mia tombola personale – quei numeri estratti alla rinfusa nel corso di una vita e che simbolicamente rappresentavano gli ingredienti stessi della mia esistenza, erano stati bruscamente ributtati nel calzino primordiale che li conteneva. Al buio, stretti l’uno con l’altro, senza ordine e significato.

Probabilmente, quel fenomeno spaventoso di rewind era cominciato prima, al tempo della diagnosi, quando già alcuni numeretti erano spariti dal cartellone. Benessere. Aspettative. Leggerezza. Autosufficienza.

Un conto alla rovescia spaventoso, nel quale molte certezze svanivano e che apparentemente non lasciava scampo.

Sempre stanotte, mi sono accorta che in tutta questa lunga storia, anche nei momenti più traumatici e dolorosi, la mia mano interiore aveva mantenuto stretto ed al sicuro uno dei numeretti.

Qualcosa al quale mi ero aggrappata, che nessuna paura, per quanto terrificante, poteva portarmi via. L’Amore.

Amore nell’accezione più ampia che il mio piccolo cuore possa contenere. Amore che si trasforma facilmente in fiducia e speranza.

L’AMORE

Un sentimento che istintivamente partiva dalle persone più care, per estendersi a tutti i protagonisti di questa commedia tragicomica che era – ed è – il mio percorso umano ed ospedaliero di battaglia ed auspicabile guarigione.

Un affetto disinteressato, che nei momenti di maggiore consapevolezza riesce ad abbracciare anche l’estraneo incrociato per strada, o chi addirittura cerca di offendere e minacciare la mia crescita personale.

Ubuntu. Perché io sono in quanto parte di una comunità che non ha confini, che va oltre il mio sguardo e si estende a tutta l’umanità, per sempre.

Tutti vorremmo essere immortali, pensando erroneamente che l’eternità si possa raggiungere attraverso la non morte fisica. La mia, personale, immortalità risiede in tante piccole emozioni che scandiscono le giornate.

Il pettirosso che aspetta la mattina il mangime speciale che preparo per lui.

La risata spontanea e condivisa.

Una parola d’intesa, con qualcuno appena incontrato.

E poi, le notti infinite trascorse in isolamento, nello stesso letto in cui molti malati mi avevano preceduta. Nei momenti più bui, riuscivo a percepire le loro sofferenze e piangevo, per chi non era più uscito da quelle stanze, per quel dolore che ci univa e ci rendeva fratelli.

IO SONO PERCHÉ NOI SIAMO

Le briciole che spargo per il mondo, ridicolosamente piccole, sono quei granelli di sabbia che confluiscono nel flusso infinito di momenti e sensazioni umane ed animali, che perciò non moriranno.

Mi sono chiesta più volte, quale consiglio dare a chi, dopo di me, dovrà affrontare un trapianto di cellule staminali. Forse la risposta l’ho già data in queste righe.

Non posso negare che si tratti di un percorso di dolore e sacrificio, durante il quale la morte si accovaccia ai piedi del tuo letto, spaventosa si, ma anche pericolosamente suadente. Distogliere lo sguardo e cercare la vita, quando si prova tutta la stanchezza del mondo, è un’impresa titanica ma possibile.

Amare l’ausiliare che ti aiuta a mantenere una certa dignità. Gli infermieri che un giorno caricano sull’asta una sacca di micidiale chemioterapia e l’altro la pozione magica che ti nutre. Affezionarsi ai medici, accettando la loro inderogabile sincerità.

In un momento in cui torni bambino, bisognoso di essere accudito, nutrito, pulito…la chiave, almeno dal mio punto di vista, è stata considerare chi mi supportava un membro della mia famiglia, che non mi giudicava, che non mi considerava un numero, ma una persona. Perché, alla fine dei conti, che si indossi un camice o un pigiama, sotto sotto siamo tutti esseri umani con un calzino pieno degli stessi numeri ma che vengono estratti alla rinfusa, in base al destino di ognuno.

LA PUREZZA DEL DONO

C’è un ultimo aspetto, quello più miracoloso. L’essenza stessa dell’amore, quella più difficile da esprimere a parole.

Quando il tuo corpo è reso inerme dalle terapie, ad un passo dalla morte, arrivano a salvarti le cellule di un donatore spesso sconosciuto. La lotta di un singolo diventa una battaglia condivisa non solo con lo staff ospedaliero, ma anche e soprattutto con un altro essere umano, che non sai chi sia, che non ti è neanche lontanamente familiare.

Tu non ne conosci il colore, la provenienza, la fede, le abitudini ed opinioni, eppure è dentro di te, si moltiplica e diventa la tua unica speranza di sopravvivenza. Quando cerco di mettere in ordine tutte le sensazioni scatenate da questa consapevolezza, torna la confusione più totale.

Semplicemente, mi ritrovo a sorridere, carica di tenerezza e gratitudine. Riconoscenza pura verso la mia donatrice, e verso l’umanità intesa in ogni sua sfaccettatura.

GRANDI SPERANZE

Se potessi esprimere un desiderio, vorrei che chi – spesso arbitrariamente – ha raggiunto posizioni di potere, provasse per un minuto quella sensazione meravigliosa di dipendere dalla benevolenza altrui.

In quel momento capirebbe che non esistono reietti da ghettizzare, che l’umanità non si divide in perdenti e vincenti. Che tutto il potere del mondo non può sostituire quell’unica persona che per un miracolo del destino e della medicina, può salvarti la vita.

 

Grazie.

Ai miei familiari. A chi mi ama, mi supporta e sopporta.

A tutto lo staff dell’oncoematologia del Policlinico Tor Vergata di Roma.

Alla mia donatrice, al suo altruismo.

Grazie ad un gesto che porta un raggio di luce in un mondo avvolto troppo spesso dalle tenebre.

Io sono perché noi siamo.